NOTE
   

(a) « Il minuscolo luogo di Nivione »

Il minuscolo luogo di Nivione, cacciato in un cantuccio della breve valle di Sella e che contiene solo 229 abitanti ebbe un castello di cui avanza solo il nome della denominazione di un piccolo gruppo di case che fa parte di questa parrocchia. Solo lontana ed incerta è la ricordanza degli avvenimenti guerreschi cui egli prese parte in quel Medio-Evo che seppe tener deste col fragore delle armi, anche le più modeste, tranquille popolazioni, come quelle che si sa come e perchè vennero a cacciarsi, negli antichi tempi, tra questi dirupati ed inospiti luoghi.
Eppure il castello di Nivione, diede da pensare allo stesso Galeazzo Visconti, fu un rompicapo per l'osì potente Signore.
Mentre l'imperatore Carlo IV scendeva in Italia, nell'anno 1367, pare che i signori rotti del maniero di Nivione seguissero il partito di ribellarsi e togliersi dalla soggezione viscontea.
Infatti nelle notizie storiche riguardanti Voghera del Canonico Manfredi, pubblicate dal Casalis troviamo che Galeazzo ordina con lettera del'11 febbraio del 1368 a Guido de Tensis di recarsi all'assedio del lontano castello di Nivione con forti militi vogheresi e con soldatesche dei vicini luoghi, avvertendolo nello stesso tempo di aver dato consimile ordine al podestà di Tortona ed a Lorenzo de Caxate suo ufficiale, onde tutti insieme andassero tra questi monti a demolire questo castello di Nivione,
Tanta era l'ira in sì potente Signore, da spingerlo alla distruzione del castello di Nivione, che sorgeva bensì nei feudi romani dei marchesi Malaspina, sopra la Staffora, ma pare appartenesse ad altri feudatari.
Intanto ai 16 di Febbraio furono date dal Comune di Voghera le paghe a 38 militi comandati dal connestabile Augusto Maynaldi, di antica schiatta vogherese. Essi erano già pervenuti all'assedio del castello di Nivione, e furono tosto raggiunti da un'altra squadra di quaranta uomini sotto gli ordini del connestabile Giorgio de Sancto Nazzario degli antichi signori di Rivanazzano e di Stefano Coppa.
La lotta fu dura, lunga e cruenta, i Vogheresi combatterono virilmente ed in ispecie il connestabile Maynardi, caduto prigioniero dei ribelli, s'era condotto assai nobilmente, epperciò il vicario del Comune, Gaspare dei Bracciorti, scrivendone al podestà di Voghera ne fece caldi elogi. In questo mezzo Jacopo lardi ed Enrico Oleario Vogheresi furono ambasciatori del loro forte comune ad exercitum contra Nivionem, come leggesi nei libri di provvigione, e rincorarono alla pugna gli armati e valorosi concittadini che benemeritarono del proprio Signore il quale poco dopo, tenendoli in alto pregio diede loro una speciale divisa e uniformò anche nelle armi che dovevano portare, e ciò tanto pei fanti quanto pei cavalieri Vogheresi
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(b) « La fortunosa fuga di Giovanni de' Medici »

L 'episodio della fortunosa fuga di Giovanni de' Medici, poi Papa con il nome di Leone 4, è raccontato con dovizia di particolari dal Giovio: « Partendo dunque per molte cagioni di Milano e per commissione del Re, menarono seco in Francia il legato de' Medici, Erano già venuti nella pieve del Cairo sul Pavese non lungi dal Po a quella riva, la quale è di rimpetto a Bassignana, che anticamente si chiamava Augusta de Battieni. Qui i Medici essendogli sopragiunta o forse fingendola egli una infirmità leggiera, ottenne assai facilmente da guardiani suoi di potere quella notte riposare nella pieve del Cairo, mentre che gli altri cardinali e le loro grandi famiglie con tutta la turba de ministri e soldati passavano su navigli. Avendo avuto Medici questo spazio di tempo fece cercare per l'abate Bongallo suo famigliare, il quale fu poi Vescovo di \/epe, se in quella terra v'era alcun gentil'uomo a cui potesse sicuramente raccomandare la salute sua. Costui ritrovò come mandato da Dio Rinaldo Zatti soldato vecchio e nato di nobili famiglia, il quale aveva grandissimo seguito d'uomini contadini nelle sue possessioni. Perchè segretamente e con le lacrime agli occhi l' abate pregò costui, che volesse liberare dalle mani de barbari un cardinale nobilissimo e di grande speranza, caduto in miseria, il quale senza alcun dubbio era strascinato in Francia a perpetua prigione, perciò che Francesi o ebbri solevano fuor di tempo andare attorno o, oppressi dal sonno negligentemente facevano la guardia, Rinaldo, il quale di sua propria natura aveva in odio i Francesi e per la memoria del gran Lorenzo e della famiglia de Medici: la quale appreso ogniuno era in grandissimo onore, facilmente prese, la cura di liberare il cardinale con questa condizione però che confessava di non poter felicemente alcuna cosa fare, se non toglieva in suo aiuto li far questa impresa il Uisimbardo della medesima terra di contraria fattione, ma non però suo nemico: che s'egli otteneva questo da lui subito avrebbe mandato uno dei servitori suoi nell'osteria, il qual per contrassegno gli farebbe intendere ch'egli cosa era a ordine. Con questa speranza l'abate ritornò a Medici. Perchè senza alcun indugio con l'aiuto di Dio il Uisimbardo, benchè difficilmente e con molta fatica, consentì a Rinaldo, che molto vel pregava. Fu dunque mandato subito un messo all'abate. Ma a colui che cercava dell'abate nella turba, non gli fu mostrato il famigliare di Medici, ma un altro abate Francese, che era alla guardia di lui, al quale colui ingannato nel nome con miserabile errore fece intendere che ogni cosa era a ordine, di maniera che la sorte crudele pareva che avesse inuidia a disegni così accortamente fondati. Ma incontanente rispondendo il Francese in sua lingua et con volto sdegnato ch'egli non aveva commandato che s'apparecchiasse cosa alcuna, il servitor conobbe l'error suo et subito ritrovata certa sua scusa si gli levò dinanzi, lasciando però nell'animo di colui uno stimolo di sospetto; il quale discorreva fra se medesimo sopra le parole e il volto del servitore. Per questa cagione l'abate non molto da poi avendo commandato che s'entrasse in viaggio più tosto che non s'era ordinato et menato fuora la squadra, s'inviò verso il Dio, trovando pur tuttavia il cardinale nuove dimore, acciò che Rinaldo avesse commodamente spazio di mettere insieme i villani. Già tutta la brigata era arrivata al fiume, et essendo passati molti, il cardinale rimasto fra gli ultimi aveva già toccato co piedi dinanzi della mula la sponda del naviglio, quando il rumore udito dalle spalle et la squadra di quei che venivano da lui veduta gli fece tirar indietro la mula. Et così Sopra venendo Rinaldo cacciato i Francesi quasi senza ferita, su salvato il legato. Et non molto da poi messo giù l'abito di cardinale, et vestitolo da soldato-, passando il Po la notte. lo menarono a un castello di Genovesi. Era questo castello di Bernardo Malaspina parente del Uisimbardo. Quivi ancora corse nuovo pericolo. Perciò che essendo colui della fattione Francese, per non si mettere in pericolo pensò che fosse bene sopra questa cosa avvisare et torre il parere del Trivultio, bravando tuttavia il Uisimbardo et ricordandogli la fede sua. Allora il legato vituperosamente guardato in una colombaia, incominciò a desperarsi della salute et libertà sua et biasmar molto la fortuna, la quale con tanta crudeltà schermiva tutte le sue speranze et a lui, che ciò non meritava, con insaziabile malignità apparecchiava lacci sopra lacci. Ma il Trivultio grave et veramente italiano capitano, essendo già cacciati i Francesi dal ponte del Mincio per tanta moltitudine d'inilnici che gli stringevano et messi tutti in fuga, rispose al Malaspina che le cose erano condotte a tale, che non era da pensare molto sopra il cardinale, il quale per beneficio di fortuna era una volta scampato. La onde Bernardo diventato più umano di se stesso lasciò la notte il legato, et finse che fosse fuggito per tradimento de servitori. Et egli a Voghera aiutandolo un certo prete, et per lui comprati alcuni cavalli veloci, arrivò a Piacenza ».
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(c) « Varzi, borgo medioevale»

« Il borgo di Varzi, l' antica "Vartium"., del diploma imperiale del 1164 di Federico I Barbarossa, era sorto per gradi intorno al primitivo castello, rafforzandosi specialmente dalla parte dello Staffora, la pi ù vulnerabile, con tre ordini di mura, nel volgere di un breve periodo, di poco inferiore al secolo. Cos ì che nel 1190 le carovane di muli in transito potevano essere ospitate per una notte tra il secondo e il terzo baluardo. dove sorgevano e vi porta- vano un considerevole commercio le "tabernae" che occupavano quasi tutto lo spazio svolgentesi lungo il perimetro.
Questa zona era. almeno nella parte che andava dalla porta sottana a quella soprana, in un primo tempo, e poi oltre verso sud per altri duecento metri, protetta da un basso porticato che serviva per riparare dalle intemperie e dall'addiaccio le cavalcature che vi trova- vano comoda ed ospitale dimora. difese dai pericoli degli uomini. I Comunque visitando questo borgo, che ancor oggi conserva gran parte delle autentiche ed originali strutture architettoniche medioevali, viene spontaneo di domandarci come mai in una zona agricola montana evidentemente depressa. prigioniera nell' età di mezzo di immense ed intricate foreste, con scarso terreno educato all'agricoltura ed alle colture cerealicole come mai sia sorto e si sia bene organizzato un insediamento umano che in quella epoca poteva dirsi allineato con il pi ù aggiornato sviluppo edilizio, abbellito da una architettura degna di centri urbani di importanza maggiore. La risposta non è difficile per gli storici. E' proprio Varzi un documento eloquente di quanto può la componente economica nello sviluppo della vita umana, che in altre parole è poi lo sviluppo della storia. Varzi era il capoluogo della strada d'oltre giogo sulla quale scorreva con una certa sicurezza la corrente del sale Ira illitolare ligure e l'interno della pianura del Po. Corrente di traffico legale e nel tempo stesso corrente di traffico clandestino. La tassa sul sale, forse la pi ù onerosa della politica fiscale del medioevo, favoriva anche il contrabbando del prezioso prodotto che proprio nel "teloneum" di Varzi, per una fitta rete di canali secondari bene organizzati e sconosciuti ai gabellieri, portava il sale a prezzo di concorrenza entro le mura di Voghera, Pavia, Milano fino a Bellinzonu dilagando cos ì su tutto il territorio del Principato di Pavia, su quello della Diocesi di Tortona compreso quello milanese fino dai tempi della amministrazione consolare. Questa organizzazione prevalentemente clandestina aveva portato ai varzesi la ricchezza in monete d'oro sonanti, parte delle quali andava a rimpinzare le casse del Signore, il l\1alaspina, che nei suoi territori concedeva ai contrabbandieri immunità e protezione, e spesse volte a prezzi eccezionali ave1'a fornito le scorte armate alle caro- vane che trasportavano legalmente il sale con autentiche e vidimate bollette di transito. mentre il quantitativo trasportato era di gran lunga superiore a quello dichiarato; ma chi avrebbe osato operare un severo controllo a carovanieri protetti dalle armi dei i\1alaspina? E cos ì intorno al castello monolobare, che può essere meglio classificato come un maschio di difesa, siò concentricamente il paese mentre il Signore dall'alta trre poteva controllare tutta la vita borghigiana. Ma in questo fondo valle i Malaspina risiedevano saltuariamente e per pochi mesi dell'anno, che a governare il castello e il borgo lasciavano in loro vece un capitano o un cattaneo. mentre il castello di abituale dimora era quello della vicina Oramala. nel quale Azzolino prima e Moroello dopo tennero splendida corte d'amore. Tuttavia le relazioni fra il castello di Oramala e il fortilizio di Varzi erano strettissime, pressochè quotidiane cos ì che si può dire che Varzi ò direttamente della vita signorile di Oramala, Quando, chiamati dai Malaspina, i poeti occitanici che cantavano alla corte dei Marchesi di Monferrato vennero ad Oramala, e fra questi Bonvesin della Riva, lasciarono importanti documenti di poesia della nascente letteratura volgare, a quelle ispirazioni non furono estranei i personaggi del luogo; cos ì Alberto di Sisteron trovadore provenzale nel XIII secolo scrisse una appassionata poesia d'amore per una Malaspina che egli nell'accesa cortesia poetica chiamava Maria di Varzi e di Oramala. Nei secoli successivi il castello di Varzi, che oggi trovasi prospiciente la piazza del Mu nicipio, dove un tempo era il fossato, ha mantenuto quasi inalterate le linee e i moduli architettonici e, sebbene per circa cento anni sia stato mortificato nella funzione di carcere mandamentale, non ha perduto nulla della sua austera genuinità. Varzi, che è meta di turisti, può offrire nel contesto del suo impianto medioevale questo castello che, fra quelli malaspiniani della Valle Staffora, presenta le caratteristiche di un nido d'aquile sempre pronte a libarsò. E mentre il silenzio del piccolo cortile difende il visitatore dai rumori del mondo all'esterno, sul portale d'ingresso a sesto acuto, nella chiave di volta in pietra, è scolpito il pi ù genuiù sicuro stemma dei Malaspina posto a garanzia nei secoli alla laboriosa e forte gente di questo luogo."Bona spina malis, Mala spina bonis" è l'impresa che il grande Opizzo legava allo stemma della Famiglia dopo la pace di Costanza del 1183. Egli, che aveva protetto la ritirata del Barbarossa e nel tempo stesso con una politica intelligente aveva difeso gli interessi dei Comuni e dei Signori d'Italia, poteva a buon diritto credersi, in quei tempi di confusione sociale, il giusto ed imparziale amministratore di giustizia»
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(d) « Carrellata retrospettiva sul borgo di Romagnese nel 1800»

Ecco la solita piazzetta, tanto angusta da somigliare piuttosto all'aia di una fattoria, e il massiccio fortilizio Dal Verme ferito dal tempo e dal fuoco, simbolo e retaggio di un passato non molto lontano e carico di storia, Non esiste pavimenta::ione: solo terra battuta dall'uso, bianca di polvere d'estate e fangosa nella brutta stagione, sempre rotta dai solchi delle "lese" e ondulata dalle gibbosità di à e semi affondate nel terreno. Il transitare sulla piazza per noi è un problema, ma questo non sembra disturbare minimamente maiali, oche e galline che vi passeggiano tranquillamente indifferenti. assuefatti per lunga abitudine. Davanti alle casupole in pietra che il tempo ha sfumato col grigio- verde dei licheni e delle muffe, dei piccoli piazzoli sconnessi, smussati ed irregolari. Davanti al Castello, all'imbocco della viuzza verso la Brada e la Chiesa, sormontato da un arco di bell'effetto e con i coppi verdi di muschio, l'antica e bassa Casa comunale [. ..] , se.'11bra posta l ì per sbaglio a chiudere e a imprigionare la piazza intorno al maniero, Tutt'intorno, fra campi e orti, basse casupole senza età, incolori come il tempo, con piccole finestre prive di imposte e brevi scalette di legno, (.'he d'estate ridono delle fiamme dei gerani nelle latte arrugginite; altre più antiche e segnate dal tempo, addossate al Castello come tarchiate pecore al mantello di un gigantesco mandriano. Isolato su un poggio, ai piedi del Tidone, il paese non ha strade, ma solo sentieri tra casa e casa. Una sola via, l'antica Doganale, risalendo dal torrente Rivarolo, attraversa la piazza per ridiscendere fra le case, col nome di via Stella, all'opposto torrente Stivale, e di qui, scavalcato il Tidone, costeggiarne le rive lungo i declivi della Piana Battuta, verso il passo di Romagnese e Bobbio.
Il borgo, sepolto dalla neve in inverno, è un autentico presepe. Non mancano i pochi lumi a petrolio, sospesi ai vecchi muri con bracci in ferro battuto, e i mulini ad acqua "de li signori Dal Verme", con la grande ruota marcia d'acqua e di muschio, Ci sono ,Dure le figure nere e anonime di uomini intabarrati che lasciano sulla neve grandi impronte di pesanti zoccoloni di legno. In maggio invece, è tutto un prorompere di colori in gara con la festa del cielo e il risveglio dei pascoli. Una ventata di giovinezza che esplode nella leggiadria poticroma e fremente delle campanelle sulle siepi degli orti, nelle fresche edere dei vecchi muri, nelle roselline rampicanti dei vecchi pozzi, nei ciuffi bianco-rosati delle "bocche di leone" prorompenti dai bordi dei pozzi neri e delle letamaie cariche di mosche.
Nelle altre stagioni il paese sembra fondersi con il tempo: remoto, sbiadito, sfocato nel solleone accecante che spacca le pietre e rinvigorisce le vipere fra gli sterpi e le pietraie; più nero, magico di riflessi, pittorico nelle luci dell'autunno che incendia i monti di rosso e di arancione, Quando l'alba filtra una luce di perla sui boschi ancora scuri e sulle case piene d'ombra, il paese si risveglia e la vita riprende. Fumano i primi comignoli, lentamente. La svelta figura del parroco lascia la canonica e s'affretta per la prima Messa.
Arrivano dalle stalle lunghi muggiti, quasi lamentosi. C'è nell'aria un odore misto di letame caldo e di latte. Poi un suono di campane rimbalza nell'aria mattutina: l' annuncio della scuola per gli scolari del Comune. Ma perchè un suono tanto prolungato? II campanaro è pagato per questo lavoro, e vuole essere certo che il sonoro richiamo sia udito anche dai bambini delle più lontane frazioni. Ed eccoli, verso le nove e trenta, i piccoli montanari, scarpe informi ed infangate, berrettoni di grossa lana di pecora calati sugli occhi, entrare nell'aula bassa e scura, e posare il pezzo di legna che servirà ad alimentare il fuoco nel grande camino. Ma quando il maltempo invischia di acque limacciose o di ghiaccio le pietre dei guadi sul Tidone, e le ripide strade che spaccano il bianco dei monti sono tutte un vetro scivoloso, la campana della scuola martella invano, e i grandi, alti "banconi" a quattro o sei posti restano deserti. Talvolta, come adesso, sulla piazzetta si può fare un incontro inaspettato: una figura che si associa a remote immagini di fiabe e d'infanzia: il banditore. Non porta vestiti di seta o velluti policromi, ma un semplice abito di fustagno; di lucente solo la catena dell'orologio sul panciotto e una tromba d'ottone in mano. Sappiamo che fino a qualche mese fa, sì serviva del tamburo per richiamare la gente; ma poi questo si è guastato, e al Comune, sempre in lotta con i debiti. non è parso vero di cogliere al balzo una buona occasione: l'acquisto di una tromba di seconda mano per sole lire 7 da tale Tidone Costantino.
Per la verità, gli acuti non sono sempre conformi ai canoni musicali, ma la gente non se n'accorge neppure e non manca mai, in prima fila i ragazzotti che hanno tranquillamente marinato la scuola e che ammiccano furbescamente alle ragazze quando sulla piazzetta sfila la Guardia nazionale per l'esercitazione. S'intrecciano allora s.guardi pi ù lampeggianti dei fucili ben oliaù esplosivi dei "capelozzi" nuovi. E quando i coscritti, finita bene o male l'esercitazione, si ritirano fra lo "starnazzo" e i grufolii di animali in fuga, la piazza resta deserta e silenziosa. Nugoli di mosche nel caldo spiumeggio di fiocchi di neve: il paese è sempre vuoto e solitario a quest'ora! Sulle povere mense si scodella la colazione per gli uomini che hanno rigovernato le bestie nelle stalle o che hanno lavorato in campagna: minestrone verde con "fagioli del diavolo" e pesto di lardo, prezzemolo e aglio, formaggio "gnus" brulicante di vermetti, sottili fette di lardo venato di rosa e, pi ù spesso, enormi fette di polenta fumante. Anche odori e suoni sono sempre gli stessi: profumo forte e appetitoso di verze nere arrostite con l'aglio, odore umido e fumoso della "brusadella" calda appena tolta dalle vive braci dei forno, sfrigolio delle squame delle salacche che abbrustoliscono sul fuoco, odore di merluzzo e cipolla.
Lasciamo le case e andiamo a curiosare per il paese. Risalendo verso la chiesa parrocchiale, passiamo davanti alla canonica ed entriamo nella chiesa in ombra. Alla luce policroma filtrante dalle piccole vetrate, notiamo i bei fregi barocchi rossi e oro, le lunghe panche tarlate, le sedie [. ..] e, dietro l'altare in marmo rosso, un grande dipinto a olio raffigurante il martirio di San Lorenzo, In un angolo, sopra l'acqua santiera in pietra, un foglio manoscritto, ingiallito dal tempo: è uno "stato delle opere parrocchiali degli ultimi decenni".
Usciamo dalla chiesa, nell'aria fredda novembrina che sa di neve e di foglie morte, e continuiamo il nostro girovagare per il paese. Un viaggio nel passato ha sempre qualcosa di inedito e di interessante da rivelare: per esempio il cimitero. Se non fosse per la grande croce di legno piantata nel mezzo e tante piccole croci di ferro arrugginito che spuntano fra le alte erbe, si potrebbe scambiare per un orto incolto: non manca neppure il cancelletto di legno fatto di pali inchiodati e, oh visione unica! , un grasso maiale che passeggia irriverentemente ignaro fra i sentieri invasi dalle ortiche. Un'altra visione indimenticabile giù, sul sentiero che porta al valico del Tidone: una barella con adagiata una figura umana, forse uomo, forse donna, avvolta in pesanti coperte; quattro uomini a sorreggerla, spalle curve sotto il peso; altri quattro dietro, seri e raccolti, ad aspettare il cambio: stranissimo funerale di un vivo! Ci informiamo: è una donna che tenta il viaggio della salvezza verso l' ospedale di Bobbio.
[...] A cuore stretto ridiscendiamo lentamente verso il paese. L'orologio nuovo installato da poco scandisce i due "botti". Passando accanto alla Casa comunale, sotto il bell'arco ricoperto di "ciappe" e coppi verdi di muschio, il nostro orecchio è colpito da voci piuttosto concitate. Non possiamo fare a meno di sostare e avvicinarci alla stretta finestra. Attraverso i vetri che avrebbero bisogno di una energica ripulita, riusciamo a scorgere l'interno di un locale basso e buio, con una nuvola di fumo di pipa sospesa tra il soffitto a travi e il pavimento. Ci sembra quasi di respirare l'odore acre e soffocante, misto a quello di terra-sale-fieno delle cicche di tabacco lungamente masticate. Riusciamo a scorgere diversi uomini seduti a un tavolo rettangolare ingombro di manoscritti giallastri e rustici registri: il Consiglio comunale riunito nella "tornada di autunno". Non è difficile indovinare che l'argomento deve essere piuttosto importante. ...Prima di allontanarci dalla Casa comunale e lasciare "i nostri" ai commenti, alle discussioni, e magari alla proposta di una buona bevuta dall'oste Francesco, diamo un'occhiata ai manoscritti esposti all'albo comunale. C'è anche qui qual- cosa di interessante; per esempio una notizia che evoca davanti ai nostri occhi distese sconfinate di neve e sovrumani silenzi: il "collocamento di croci nel luogo detto Alpe per servir da guida ai passeggeri nei tempi invernali e nebbiosi". Ed ecco ancora una notizia interessante: un terribile fulmine ha "gravemente scosso" il campanile il 26 giugno 1881.
[...] Sempre più incuriositi, scorriamo con lo sguardo altri documenti dell'albo comunale, e la nostra attenzione è attratta da un ruvido manoscritto del 14 aprile 1875: è un accorato appello del nuovo sindaco Soracco alla popolazione di intervenire volontariamente e generosamente nei lavori di costruzione dello "stradone" dal fosso Rivarolo al fosso Bregni per smentire colui che ebbe ad attribuire "a quei di Romagnese inerzia e opposizione" in fatto di strade...
[...] Nel quadro di queste pubbliche opere di progresso, la piazzetta va acquistando indubbia importanza, ed è pertanto giustificata la coraggiosa proposta, che leggiamo sul vicino manoscritto, del battagliero Pietra Gerolamo, il quale ottiene dalla maggioranza l'abbattimento dei vari piazzoli e gradini che la ingombrano.
...Ci allontaniamo [. ..] dalla Casa comunale e abbandoniamo in fretta anche la piazza, da cui si alza un gran polverone a ondate successive, in ritmica sintonia con vigorosi colpi di ramazza ed energiche "ciccate" schizzate nella polvere: è quel buon uomo di Luigi Rossi, che avendo affittato la "pozza" comunale, si è accollato anche, per contratto, il compito della pulizia della piazza una volta la settimana e alla vigilia delle teste: compito che assolve per altro con molta diligenza, con la lunga ramazza di "gorini" ben legati. In questo momento la nostra curiosità è attratta da alcuni uomini che, muniti di lunghe e traballanti scale, armeggiano attorno ai muri del Castello. Apprendiamo che si stanno sistemando i lumi a petrolio e i moccoli per l'illuminazione del paese. Domani intatti sarà festa grande perchè è giorno di visita pastorale, e il Vescovo dovrà essere accolto con tutta la solennità che spetta a un pastore di Cristo. Dai villaggi accorrerà tutta la gente, anche se le cinque campane non potranno suonare sul campanile pericolante. La Guardia nazionale in divisa , di circostanza, al comando del suo brillante Capitano notaio Giovanni Pietra, avrà i fucili più lucenti ed oliati. che mai, per ben augurare. Ed eccoci spiegato il motivo degli avvenimenti insoliti capitati oggi nel nostro tranquillo paese!
Ma non ci siamo accorti che il giorno va morendo e che ombre sempre più dense si allungano dall' Alpe a ghermire le case. Una figura intabarrata attraversa la piazza e si avvicina al fanale a petrolio appeso all' angolo del castello: è Agostino Santomasi, che ha l' incarico di accendere i lumi pubblici dal crepuscolo alle undici di sera, escluse le notti di luna. Questi sono giorni di grande lavoro! Bisogna cominciare presto il giro, nel vento che si diverte a farti il giro tondo nel tabarro o a spegnerti gli accendini in mano! E c'è da finire tardi la sera, quando il paese è immerso nel sonno profondo. .Oh. l'estate! Dovrebbe non finire mai, perchè allora ci pensano la luna e le stelle a illuminare il paese, con tanto il risparmio di petrolio e fatica! Ed è così bello stare allora ad ascoltare le ragazze che cantano mentre spannocchiano tra montagne di culmi e cartocci, e ridono, candore di denti nel buio, e lucciole, tante lucciole si accendono e si spengono vicine! Ci si sente più giovani. ..Invece l'inverno. ..La bufera che ti costringe ad affondare il viso nel tabarro e ti spegne rabbiosamente i lumi fra le mani, e gli acciacchi che si risvegliano. ..Povero Santomasi! Perché questo muto, borbottante soliloquio? Eppure è così bello il tuo lavoro! Per mano tua il paese
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(e) « La marcia su Bobbio e la Provincia Madre »

Una bella mattina del dicembre 1924 scrisse rievocando quei giorni il giornalista pavese F.A. Tasca più di mille montanari validi, giovani e anziani, reduci dalla recente guerra, da quella di Libia e, alcuni, da quella dell' Eritrea, su due battaglioni di cinquecento uomini inermi ma temibilissimi, equipaggiati con un sacco da montagna contenente pane, salame e formaggio per la colazione, militarmente incolonnati, presero la via di Bobbio e vi giunsero accolti dalle grida festose di saluto e dagli applausi di quella popolazione solidale con quelle delle Val Tidone, dirigendosi a lento passo cadenzato al palazzetto della Sottoprefettura e disponendosi, in compagnie e plotoni ben allineati, davanti alla sede del rappresentante del Governo. Disciplinati. silenziosi. impeccabili in un contegno severo e dignitoso. Comandava il piccolo esercito un ex maggiore degli alpini, che portava sul petto numerose medaglie al valore il quale guidava una commissione di rappresentanti comunali composta di giovani e anziani, tutti col petto fregiato di decorazioni al valor militare. La commissione chiedeva di essere ricevuta dal Sottoprefetto.
Intanto fra i tutori dell'ordine pubblico si era determinato, in una gran confusione. una specie di panico: i carabinieri, in numero esiguo, non poterono fare che da spettatori e cos ì pure il commissario di P.S. coi suoi quattro agenti. Il Sottoprefetto, che era un uomo esperto e comprensivo, concesse subito udienza alla Commissione ascoltando una breve relazione e accogliendo, per la trasmissione in "alto loco", un memorandum, che aveva tono e forma di un "ordine del giorno", in cui per l'ennesima volta si esprimeva la volontà irremovibile delle popolazioni interessate a riunirsi alla provincia di Pavia. Egli lo accettò, raccomandando la calma e il rispetto dell'ordine, e il Comandante della colonna, rendendosi garante dei suoi uomini, ò ad affacciarsi al balcone per prendere visione della "forza" ai suoi ordini e accertarsi dello spirito di disciplina della truppa.
Il Sottoprefetto accolse, sorridendo, l'invito e quando egli apparve attorniato dai membri della Commissione ed avendo al lato il maggiore, i comandanti di compagnia diedero ['ordine di "attenti" e quei montanari si irrigidirono nella posizione con impeccabile scatto militare. Quel vecchio funzionario, che fu poi subito trasferito. dominava a stento la commozione e quando strinse la mano ai "ribelli" ebbe come un impulsivo gesto di consenso, subito represso. ma non sfuggito ai presenti.
Intanto Bobbio si era coperta di bandiere. I bobbiesi si riversarono tutti sulle strade per festeggiare gli ospiti e dopo la colazione, consumata nelle trattorie e in moltissime case private, la colonna, perfettamente ricomposta, prese la via del ritorno, fiancheggiata per un buon tratto dalla popolazione plaudente e che si univa al canto delle canzoni di guerra e di montagna ».

La Marcia su Bobbio, riusc ì finalmente a muovere le acque. Si giuì al referendum del 27 febbraio 1925. In quel giorno [e comunità dell'Alto Tidone poterono ribadire. con una votazione democraticameà alla provincia di Pavia chiamata allora, con felice locuzione la provincia Madre ».

A Zavattarello, la consultazione, svoltasi in piena letizia fra un tripudio di bandiere tricolori e striscioni inneggianti a Pavia e a Bobbio, espresse i seguenti risultati:

Iscritti al voto 627

Votanti 621

Favorevoli al ritorno alla Provincia Madre 620

Contrari Nessuno

Schede bianche 1

Dopo l'inequivocabile risultato del referendum, p governo si decise a sistemare la faccenda ricorrendo al solito compromesso. La Val Tidone, escluso il comune di Caminata, venne restituita a Pavia, mentre Bobbio rimase con Piacenza, come i comuni del mandamento di Ottone restarono aggregati a Genova.

« Quando da Roma giunse racconta ancora F.A. Tasca prima in forma dubitativa e poi in conferma definitiva, la notizia che la Camera a grandissima maggioranza, concludendo una breve discussione, aveva approvato la nuova legge che, revocando il precedente decreto del 1923, ordinava il ritorno della val Tidone alla provincia di Pavia, fu una esplosione di entusiasmo. Da Zavattarello, la notizia rimbalzò subito a Romagnese, Ruino, Caminata, Trebecco e da queste località partirono per il capoluogo della valle delegazioni di cittadini mentre i campanili lanciano lontano i rintocchi delle campane a festa, sui poggi sparano i mortaretti e i cortei con bandiere e fisarmoniche in testa percorrono le strade acclamando a Pavia».

« La Deputazione Provinciale di Pavia, telegrafa al Podestà di Zavattarello: "Alle laboriose popolazioni di Zavattarello, Romagnese, Ruino, festeggianti loro riaggregazione Pavia, amministrazione provinciale rinnova affettuoso augurale saluto e conferma vivo plauso per tenaci generosi sensi attaccamento antica madre».

« A Zavattarello, qualche giorno dopo, si compie una solenne manifestazione organizzata dal podestà De Giovannini, l'eroico mutilato di guerra. Fu una festa indimenticabile».
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